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Ricerca aperta

Digital Product Passport e Società Benefit: la nuova infrastruttura della fiducia 

Il tema del Digital Product Passport e Società Benefit viene affrontato in questo articolo attraverso il contributo congiunto di Matteo Sgatti e Giulia Nocchi di REMIRA, e di Mariangela Zito e Myriam Ines Giangiacomo di ConfBenefit, unendo visione tecnologica, cultura della Società Benefit e prospettiva di filiera.
10/06/2026
Fashion
Settore
People, Planet, Prosperity, RFID
Categorie

L’introduzione del Digital Product Passport (DPP) da parte dell’Unione Europea non rappresenta soltanto una nuova esigenza di compliance. Segna un cambiamento più profondo, attraverso il passaggio da una sostenibilità dichiarata a una sostenibilità verificabile, fondata su dati tracciabili lungo l’intera catena del valore. Di conseguenza, tecnologie di tracciabilità, governance dei dati e modelli organizzativi orientati agli stakeholder iniziano a convergere. 

Per le Società Benefit, questa trasformazione apre una questione strategica: come rendere il purpose aziendale osservabile, misurabile e credibile lungo la supply chain. 

In questo scenario, il rapporto tra Digital Product Passport e Società Benefit diventa una leva concreta per trasformare gli impegni di sostenibilità in informazioni accessibili, tracciabili e verificabili.

Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità verificabile 

Per lungo tempo la sostenibilità è stata raccontata; oggi deve essere dimostrata. 

La competitività non dipenderà più esclusivamente dalla capacità di produrre o distribuire in modo efficiente, ma anche dalla capacità di rendere accessibili informazioni affidabili su origine, conformità, impatti ambientali e circolarità dei prodotti. 

La sostenibilità smette, dunque, progressivamente di essere una funzione separata dall’operatività aziendale e diventa una capacità organizzativa che coinvolge governance, supply chain, procurement, compliance e gestione del dato. 

Per le Società Benefit, la generazione di beneficio comune, qualunque esso sia – ambientale, sociale o territoriale -, non può più essere affidata soltanto a dichiarazioni di intenti, ma richiede strumenti capaci di rendere l’impatto misurabile, documentabile e verificabile nel tempo. 

Di conseguenza, il ruolo del Digital Product Passport emerge non solo come mero adempimento normativo, ma come possibile infrastruttura della fiducia tra imprese, mercato e stakeholder. 

La supply chain e il vero nodo della trasparenza 

La supply chain è il luogo in cui la sostenibilità viene realmente verificata. 

Le filiere contemporanee sono caratterizzate da elevata frammentazione, pluralità di attori e forte distribuzione geografica. Un singolo prodotto può attraversare molteplici fornitori, impianti produttivi, operatori logistici e mercati differenti prima di arrivare al consumatore finale. E non è da escludere che la complessità operativa si traduca spesso in opacità informativa. 

Il primo problema riguarda la visibilità limitata della filiera
Le aziende dispongono generalmente di informazioni sui fornitori diretti, ma faticano ad avere controllo sui livelli successivi della catena del valore. Proprio nei livelli più a monte, tuttavia, si concentrano molte delle criticità ambientali e sociali, quali, per citarne alcune, l’origine delle materie prime, le condizioni di lavoro, le emissioni generate dai processi produttivi. 

A questo si aggiunge la frammentazione dei dati ESG
Informazioni su conformità, certificazioni, impatto ambientale o contenuto riciclato esistono, ma sono spesso distribuite tra sistemi differenti, raccolte in modo non standardizzato e difficili da verificare in tempo reale. 

Il risultato è una sostenibilità frequentemente costruita ex post, rendicontata attraverso documentazione isolata, audit periodici o dichiarazioni e auto-dichiarazioni dei fornitori, ma non realmente integrata nei processi operativi quotidiani. 

Questa frammentazione genera anche un problema di responsabilità
Sebbene la produzione sia distribuita lungo la filiera, il rischio reputazionale (e legale) tende a concentrarsi sul brand finale. 
Si pensi, ad esempio, ai recenti provvedimenti di amministrazione giudiziaria adottati dal Tribunale di Milano nei confronti di importanti operatori dei settori della moda, del lusso e della logistica, nei quali è stata contestata l’incapacità delle società committenti di prevenire e intercettare fenomeni di sfruttamento lavorativo e irregolarità nella catena degli appalti e dei subappalti. Tali provvedimenti hanno evidenziato l’assenza di sistemi adeguati di controllo, monitoraggio e verifica delle condizioni operative dei fornitori, sottolineando come la responsabilità organizzativa dell’impresa non possa più arrestarsi al rapporto diretto con il primo livello della filiera. 

Il punto centrale è che la responsabilità dell’impresa tende oggi a essere valutata non soltanto rispetto a ciò che produce direttamente, ma rispetto alla capacità di governare informativamente la propria filiera. 

Eventuali criticità relative a sicurezza, conformità o impatti ESG vengono infatti percepite dal mercato come responsabilità dell’impresa che presidia il rapporto con il consumatore. 

Questo cambiamento emerge oggi con crescente evidenza anche sul piano giuridico, dove la trasparenza informativa tende progressivamente a incidere sulla stessa validazione commerciale del prodotto. 
Per restare su questa evoluzione, è interessante richiamare la sentenza del Tribunale di Venezia del 18 aprile 2025, n. 2005, che ha evidenziato come l’assenza di documentazione tecnica e di conformità – tra cui marcatura CE e dichiarazioni obbligatorie – possa incidere sulla stessa commerciabilità del bene, fino a configurare un’ipotesi di aliud pro alio1. Il principio espresso dal Tribunale appare particolarmente significativo perché evidenzia come le informazioni relative a conformità, tracciabilità e documentazione tecnica tendono progressivamente a diventare parte integrante dell’identità del prodotto.  

La trasparenza non riguarda quindi più soltanto la comunicazione ESG o la reputazione dell’impresa, ma incide direttamente sulla validazione commerciale del bene, sulla sua commerciabilità e sulla possibilità stessa di dimostrarne affidabilità e conformità lungo la filiera. 

In questa prospettiva, strumenti come il Digital Product Passport non introducono soltanto nuovi obblighi informativi, ma contribuiscono a ridefinire il rapporto tra prodotto, dato e responsabilità organizzativa.
Parallelamente, il legislatore europeo sta progressivamente spostando il focus dalla singola impresa allintera catena di attività”. La Direttiva CSDDD (2024/1760) richiede infatti alle aziende di mappare, monitorare e prevenire i rischi ambientali e sociali lungo tutta la supply chain, includendo partner commerciali, fornitori e distributori.  

Tutto ciò porta ad una rappresentazione della tracciabilità non più soltanto come vantaggio operativo, ma come necessità strategica, organizzativa e giuridica 

Il ruolo del digitale: dal dato frammentato al passaporto del prodotto 

Il tema centrale, quindi, non è soltanto raccogliere dati, ma costruire un’infrastruttura affidabile di governance della filiera. Il digitale assume perciò un ruolo decisivo: trasformare la tracciabilità da esercizio documentale frammentato a capacità organizzativa continua, alimentata da dati affidabili lungo l’intera catena del valore.
Per questo, parlare di Digital Product Passport e Società Benefit significa parlare anche di architetture informative capaci di collegare purpose, processi e responsabilità lungo tutta la filiera.

Il dato di sostenibilità nasce durante il processo industriale. Origine delle materie prime, certificazioni, composizione dei prodotti, lotti, movimentazioni, trasformazioni, controlli qualità, informazioni di conformità, dati ambientali e indicazioni per il riuso o il fine vita devono poter essere raccolti, collegati e aggiornati in modo continuo, coerente e affidabile.   

Per questo il Digital Product Passport non può essere considerato un progetto isolato o un semplice front-end informativo. Deve dialogare con i sistemi che già governano l’operatività aziendale: ERP, magazzino, logistica, procurement, piattaforme dei fornitori, sistemi di identificazione automatica, soluzioni mobile, strumenti di raccolta dati sul campo e applicazioni utilizzate nelle diverse fasi della filiera.  

Il punto chiave è associare ogni informazione a un riferimento preciso: un prodotto, un lotto, un componente, una materia prima o una specifica fase del processo. È qui che il digitale permette di passare da dati dispersi, spesso gestiti in file o documenti separati, a un patrimonio informativo strutturato, aggiornabile e verificabile.  

In questo percorso, la tecnologia RFID si è dimostrata particolarmente efficace: applicata lungo la filiera produttiva e logistica, consente la lettura automatica e massiva di lotti e singoli articoli, riduce gli errori di tracciabilità e rende il dato di prodotto disponibile in tempo reale. Operatori come Aton, con una presenza consolidata nei processi di tracciabilità industriale, hanno contribuito a rendere questa tecnologia accessibile e integrabile anche in contesti produttivi ad alta variabilità, come quelli tipici della filiera moda e del manifatturiero avanzato.  

Costruire un Digital Product Passport efficace significa quindi definire una vera governance del dato: quali informazioni raccogliere, da quali fonti, con quali responsabilità, con quale frequenza di aggiornamento e con quali livelli di accesso. 
Non tutti gli stakeholder hanno bisogno delle stesse informazioni. Un consumatore finale, un’autorità di controllo, un partner logistico, un centro di riparazione o un fornitore hanno esigenze diverse. Il passaporto digitale deve quindi garantire trasparenza, ma anche sicurezza, interoperabilità e controllo. 

Codici univoci, QR code, RFID, NFC, piattaforme cloud, API e sistemi di integrazione dati sono strumenti abilitanti. Il loro valore, però, emerge solo quando sono integrati nei processi reali dell’impresa e quando il dato è gestito con criteri chiari di qualità, responsabilità, aggiornamento e accesso
La disponibilità di dati strutturati e verificabili consente infatti alle imprese di: 

  • migliorare il controllo della filiera,  
  • ridurre incoerenze informative,  
  • velocizzare verifiche e interventi correttivi,  
  • supportare modelli di manutenzione, riparazione, riuso e riciclo  
  • rafforzare la fiducia di clienti, partner e stakeholder. 

Il Digital Product Passport, così inteso, diventa un’infrastruttura operativa attraverso cui l’impresa rende osservabile la qualità della propria governance di filiera. 

Digital Product Passport e Società Benefit: una coerenza strutturale 

Il rapporto tra Società Benefit e Digital Product Passport non si esaurisce nella semplice convergenza tra sostenibilità e innovazione tecnologica. Esiste una coerenza più profonda, che riguarda il modo stesso in cui l’impresa organizza la propria responsabilità lungo la filiera. 

Il modello della Società Benefit introduce infatti una trasformazione strutturale nella governance d’impresa: il beneficio comune non rappresenta un obiettivo reputazionale separato dall’attività economica, ma un criterio che deve orientare decisioni, processi, relazioni industriali e organizzazione operativa.  

La misurabilità dell’impatto assume un ruolo centrale. Un beneficio comune non verificabile rischia di rimanere confinato nella dimensione dichiarativa, mentre il contesto normativo e di mercato richiede oggi informazioni sempre più accessibili, affidabili e dimostrabili. 

È precisamente in questo spazio che il Digital Product Passport acquista una rilevanza strategica per le Società Benefit. 

Il DPP consente infatti di trasformare la sostenibilità da narrazione a efficenza del dato. Origine delle materie prime, conformità, composizione dei prodotti, impatti ambientali, processi di lavorazione, riparabilità, riuso e circolarità diventano informazioni tracciabili lungo l’intero ciclo di vita del prodotto e condivisibili tra i diversi attori della filiera. Per una Società Benefit, questo significa poter costruire una continuità concreta tra purpose, governance e operatività quotidiana. 

La trasparenza non riguarda più soltanto la comunicazione verso l’esterno, ma la capacità dell’impresa di presidiare in modo coerente le proprie relazioni di filiera, i propri processi decisionali e gli impatti generati lungo la catena del valore. 

Da questo punto di vista, il Digital Product Passport diventa un meccanismo di accountability organizzativa, capace di ridurre la distanza tra gli impegni assunti dall’impresa e la loro effettiva verificabilità. 

Le Società Benefit appaiono perciò tra i soggetti naturalmente più predisposti ad adottare modelli evoluti di tracciabilità digitale. La loro struttura di governance, l’orientamento agli stakeholder, la cultura della rendicontazione e la necessità di dimostrare il perseguimento del beneficio comune creano infatti un terreno particolarmente favorevole all’integrazione di sistemi come il Digital Product Passport. 

Ma il DPP evidenzia anche un secondo elemento destinato ad assumere crescente rilevanza: la trasparenza non può essere costruita individualmente. La qualità e l’affidabilità del dato dipendono infatti dalla collaborazione tra gli attori della filiera, dalla condivisione di standard comuni, dalla capacità di integrare sistemi differenti e dalla costruzione di relazioni basate sulla fiducia reciproca. 

In questo senso, ecosistemi collaborativi orientati alla diffusione della cultura “mission-driven” possono assumere un ruolo strategico nell’accompagnare le imprese verso modelli più interoperabili e trasparenti. Network come ConfBenefit possono favorire non soltanto la disseminazione di buone pratiche, ma anche la costruzione di linguaggi comuni, governance condivise e modelli di cooperazione capaci di ridurre le asimmetrie informative lungo la supply chain. 

Il DPP non è soltanto una tecnologia applicata alla sostenibilità. È uno strumento che contribuisce a rendere il purpose aziendale osservabile, documentabile e verificabile nel tempo. Ed è probabilmente proprio qui che si giocherà una parte rilevante della competitività delle filiere europee nei prossimi anni: non soltanto nella capacità di dichiarare valori, ma nella capacità di trasformarli in dati affidabili, interoperabili e condivisi lungo l’intero ecosistema produttivo. 

Dalla filiera opaca al passaporto digitale. L’esperienza REMIRA nella moda 

La trasformazione descritta nelle sezioni precedenti, dalla sostenibilità dichiarata a quella verificabile, dalla frammentazione dei dati a una governance strutturata, diventa tangibile quando si osserva come le aziende della filiera moda stanno affrontando concretamente il percorso verso il Digital Product Passport. 

I numeri restituiscono la dimensione del fenomeno. Il mercato globale dell’abbigliamento second hand valeva 230 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita tre volte superiore rispetto al mercato primario dell’abbigliamento. 
Secondo una ricerca Bain & Company e eBay pubblicata nel giugno 2025, il Digital Product Passport potrebbe raddoppiare il valore nel ciclo di vita di un prodotto fashion: un capo venduto oggi a 500 sterline potrebbe generare ulteriori 500 sterline in servizi e rivendita quando supportato da un passaporto digitale, grazie alla maggiore fiducia, tracciabilità e facilità di accesso al mercato secondario. 
Dati che rovesciano la prospettiva con cui molte aziende guardano al DPP: circa il 90% dei brand lo percepisce ancora principalmente come un onere normativo, quando i dati indicano il contrario. 

Le criticità descritte finora stanno già spingendo molte imprese della filiera moda a ripensare la gestione del dato di prodotto e il rapporto con i fornitori. In questo contesto si inseriscono le soluzioni sviluppate da REMIRA Italia, orientate a semplificare la raccolta e la gestione dei dati di filiera e a migliorare la collaborazione tra imprese e supply chain. 

Le aziende hanno bisogno di una guida, non solo di uno strumento, ed è qui che diventa cruciale per trasformare il progetto da mero adempimento normativo ad asset strategico. 

Intervento tempestivo lungo il ciclo di vita del prodotto

Uno degli elementi che si è rivelato più efficace nei progetti di adeguamento al DPP svolti da REMIRA, è la capacità di abilitare interventi tempestivi durante tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto. Dalla progettazione alla produzione fino alla distribuzione, disporre di informazioni aggiornate e strutturate consente decisioni più rapide e consapevoli.  

Grazie alla centralizzazione dei dati in ambiente cloud, eventuali criticità, come incongruenze nei materiali, variazioni di composizione o aggiornamenti normativi, possono essere individuate e gestite in maniera proattiva, riducendo i rischi e migliorando la qualità complessiva del prodotto finale. 

Semplificazione della raccolta dati e riduzione del data entry manuale

È cruciale anche mettere in evidenza gli ostacoli più critici nell’adozione di soluzioni DPP.  

Parliamo in particolare della complessità nella raccolta dei dati, spesso dispersa tra diversi attori della filiera. 

L’approccio adottato per supportare i clienti REMIRA è quello di riutilizzare al massimo i dati già presenti nei sistemi aziendali, in particolare quelli relativi a materie prime, tessuti, pellami e accessori destinati alla produzione. In questo modo si riduce drasticamente la necessità di inserimento manuale da parte dei fornitori, minimizzando errori e duplicazioni.  

L’integrazione con i sistemi esistenti permette inoltre di creare un flusso informativo continuo e coerente, migliorando la qualità e l’affidabilità dei dati. 

Coinvolgimento dei fornitori senza frizioni operative

Una delle esigenze più ricorrenti emerse durante i progetti di adeguamento è stata la necessità di facilitare il coinvolgimento dei partner della supply chain, spesso eterogenei in termini di strumenti e competenze digitali.  

La possibilità di interagire con il sistema in modo semplice e strutturato, limitando al minimo l’impatto operativo, è una condizione necessaria per garantire qualità e completezza dei dati che alimentano il passaporto digitale. Questo approccio collaborativo favorisce una maggiore partecipazione lungo tutta la filiera, elemento fondamentale per la costruzione di un DPP completo e conforme alle normative. 

Gestione dei data carrier e stampa etichette

Un elemento operativo rilevante riguarda la gestione dei data carrier, i supporti come QR code o altri identificatori digitali che collegano il prodotto al suo passaporto digitale 

La possibilità di delegare direttamente ai fornitori la stampa delle etichette di manutenzione e composizione consente di integrare il DPP già nelle fasi iniziali della produzione, garantendo maggiore rapidità nelle operazioni, coerenza delle informazioni riportate, riduzione dei passaggi intermedi e abbattimento dei costi logistici. Una funzionalità che assicura tracciabilità completa fin dall’origine. 

Un caso concreto: collaborazione più semplice ed efficace

Un esempio particolarmente significativo riguarda un brand internazionale con sede in Svizzera, attivo su scala globale, che ha adottato questa impostazione per supportare la gestione dei dati di prodotto lungo la propria filiera.  

Durante la fase di rollout è emerso un elemento inatteso: il riscontro estremamente positivo da parte dei fornitori. Rispetto ad altre piattaforme utilizzate dallo stesso ecosistema per diversi brand, la soluzione è stata percepita come più rapida da apprendere e utilizzare,  anche da utenti con diversi livelli di maturità digitale, meno invasiva rispetto ai processi operativi esistenti e in grado di ridurre significativamente il carico amministrativo.  

Grazie al riutilizzo dei dati già disponibili e alla drastica riduzione del data entry manuale, i fornitori hanno potuto evitare attività ridondanti e a basso valore aggiunto, con un impatto diretto sul contenimento dei costi operativi,  sia lato brand che lato supply chain.  

Il risultato è stata una collaborazione più fluida, efficace e caratterizzata da minori attriti e maggiore allineamento tra tutti gli attori coinvolti: un fattore chiave non solo per la qualità dei dati raccolti, ma per la sostenibilità nel tempo dell’intero progetto. 

Un abilitatore strategico per compliance e sostenibilità

Nel quadro delle normative europee sulla sostenibilità e l’economia circolare, il DPP non è solo un obbligo, ma rappresenta un’opportunità per innovare i processi aziendali e le relazioni lungo la filiera 

Attraverso un approccio orientato alla qualità del dato, le aziende possono non solo rispondere ai requisiti regolatori, ma valorizzare le informazioni di prodotto per migliorare trasparenza, relazioni commerciali e posizionamento sul mercato 

In questo senso, il Digital Product Passport non è la risposta a un obbligo normativo. È la risposta a una domanda che le filiere più evolute si stanno già ponendo: come trasformare la complessità della supply chain da fonte di rischio a fonte di valore dimostrabile. 

Digital Product Passport e Società Benefit: la fiducia come infrastruttura di filiera 

Se venisse considerato soltanto un nuovo adempimento normativo europeo, il Digital Product Passport perderebbe gran parte della propria portata strategica. La sfida in corso ha a che fare con il modo in cui le imprese costruiscono credibilità, responsabilità e fiducia lungo la supply chain 

La sostenibilità tende progressivamente a trasformarsi da mera dichiarazione a presidio di informazioni continuamente aggiornate. Governance della filiera, infrastrutture digitali e accountability organizzativa smettono perciò di essere ambiti separati e diventano componenti di un unico sistema 

Per le imprese, la vera sfida non sarà quindi soltanto adottare nuove tecnologie, ma sviluppare modelli organizzativi capaci di integrare compliance, processi operativi, relazioni di filiera e gestione del dato. 

Da questo punto di vista, Digital Product Passport e Società Benefit condividono una stessa direzione: rendere la sostenibilità non solo dichiarata, ma dimostrabile attraverso dati, processi e responsabilità di filiera. La loro struttura orientata agli stakeholder e la necessità di rendere verificabile il beneficio comune le rendono naturalmente compatibili con strumenti come il Digital Product Passport 

Ma il DPP rende evidente anche un secondo elemento destinato ad assumere crescente rilevanza: nessuna impresa può costruire trasparenza da sola. La qualità del dato dipende dalla collaborazione tra gli attori della filiera, dalla condivisione di standard comuni e dalla capacità di costruire ecosistemi affidabili. 

È probabilmente proprio qui che si giocherà una parte rilevante della competitività delle filiere europee nei prossimi anni: non soltanto nella capacità di produrre valore, ma nella capacità di renderlo verificabile. 

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