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Best Workplaces for Gen Z. Perché?

17/07/2026

La Gen Z chiede scopo, autonomia e possibilità di incidere. La sfida è trasformare queste aspettative in un modello organizzativo. 

Nel 2024 abbiamo deciso di capire che cosa rendesse un’azienda un luogo di lavoro “perfetto” per i giovani e abbiamo fatto la cosa più Gen Z di tutte: glielo abbiamo chiesto.
Sette studenti e studentesse del Contamination Lab Veneto hanno lavorato per tre mesi su una sfida concreta: individuare gli elementi capaci di aumentare coinvolgimento, senso di appartenenza e produttività, mantenendo insieme benessere e sostenibilità.
Dal progetto sono emerse le priorità dei ragazzi: cultura inclusiva, equilibrio tra vita e lavoro, senso di scopo, apprendimento continuo e percorsi di crescita.

A distanza di due anni, il terzo posto ottenuto da Aton nella classifica Best Workplaces for Gen Z di Great Place To Work Italia ci ricorda che le cose belle richiedono tempo. Il riconoscimento si affianca a quello della classifica Best Workplaces for Trusted Leadership, nella categoria delle medie imprese.

Due classifiche diverse, ma strettamente collegate. Perché non si diventa un buon luogo di lavoro per i giovani senza una leadership credibile. E per essere credibili, non contano i proclami ma servono gli esempi.

I giovani non chiedono meno responsabilità.

La Gen Z viene spesso descritta come una generazione esigente. Chiede flessibilità, autonomia, scopo, ascolto e opportunità di crescita. Altro?

Il rischio è liquidare queste richieste come fossero capricci pretestuosi. Credo sia vero il contrario.
I ragazzi vogliono capire quale impatto produce il loro lavoro e in base a quali criteri verranno valutati. Non stanno fuggendo dalla responsabilità: chiedono che sia concreta e collegata a un risultato misurabile.

Per molto tempo, a noi Gen X e Millennial, è stato chiesto di lavorare bene, avere pazienza e avere fede nel fatto che qualcuno, prima o poi, se ne sarebbe accorto.

Ma una carriera definita con “vedremo” non è un percorso: è una promessa piuttosto vaga.
La crescita diventa reale quando è connessa a un modello organizzativo definito. È la logica che guida i progetti evolutivi:  tre colloqui all’anno con il team leader per fare il punto sul percorso di crescita e verificare che sia ancora coerente. Non si tratta di Performance Appraisal, ma si tratta di creare una relazione di fiducia. 

Quattro generazioni, una sola organizzazione.

Oggi la Gen Z rappresenta il 27% degli atonpeople. In azienda convivono quattro generazioni e diciannove nazionalità. 
La diversità, però, non genera automaticamente innovazione: puoi condividere per anni lo stesso ufficio con persone molto diverse e lavorare in mondi paralleli (true story). Il valore si crea quando c’è uno scambio reale.

Le persone con più esperienza portano metodo, conoscenza del contesto e capacità di anticipare le conseguenze delle decisioni. I giovani introducono nuovi linguaggi, velocità, domande. Soprattutto, quella parolina magica di 6 lettere seguita da un punto di domanda che noi non ci diciamo più. “Perché?”

Le domande della Gen Z riguardano tutti.

Nel 2024 ci siamo chiesti che cosa rendesse un’azienda attrattiva per le nuove generazioni.
Oggi la domanda mi sembra più ampia: che cosa rende un’organizzazione capace di far crescere persone diverse per età, competenze e cultura?

Io sono del 1983 e per l’ inps sono praticamente un apprendista.

Scopo, autonomia, flessibilità, apprendimento e possibilità di incidere non riguardano soltanto la Gen Z. I ragazzi, semplicemente, chiedono queste cose in modo più diretto e sono meno disponibili di quanto eravamo noi ad accettare risposte vaghe.

In un certo senso ci stanno aiutando.
Ci obbligano a distinguere la fiducia dall’assenza di guida, la flessibilità dalla confusione, la meritocrazia dalla competizione individuale e l’ascolto dalla semplice raccolta di opinioni.

Il riconoscimento ricevuto non significa che abbiamo trovato una risposta definitiva o che abbiamo raggiunto l’obiettivo. 
Significa che la direzione è quella giusta ed è raggiungibile. Non solo per aton.

Alla fine, un buon luogo di lavoro non è quello in cui non si incontrano difficoltà e ostacoli. È quello che chiarisce gli obiettivi, riconosce il contributo delle persone e permette a ciascuno di diventare il protagonista della propria storia.

 

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